Il Rito di Passaggio
C’è una scena che si ripete costantemente quando porto i cabinet di Arcade Story in giro per le fiere del fumetto. È un momento che ormai riconosco a colpo d’occhio, ancor prima che accada.
Vedi fiumi di persone camminare distrattamente, bombardate da stimoli, costumi, luci. Poi, improvvisamente, un padre si blocca. Non rallenta semplicemente: si inchioda. Ha riconosciuto una sagoma, un suono, o forse i colori sbiaditi di una side art che non vedeva da trent’anni. Accanto a lui c’è suo figlio, o sua figlia, che spesso guarda altrove, magari ipnotizzato dallo schermo di uno smartphone o annoiato dalla calca.
È qui che avviene la magia. Il padre non indica il cabinato dicendo “guarda che bello”. No, il padre cambia postura. Si avvicina alla macchina con una sorta di reverenza e, quasi istintivamente, posiziona il figlio davanti alla plancia.

In quel momento, assisto a una collisione tra due mondi. Il bambino cerca il touch, cerca lo swipe, cerca la facilità intuitiva della tecnologia moderna. Rimane spiazzato davanti a quella leva rigida e a quei pulsanti che fanno un sonoro “clack” quando li premi. Ed è lì che il genitore entra in gioco. Non è più l’adulto che brontola per i compiti o che è stanco dopo il lavoro. Vedi il padre avvolgere le spalle del figlio, mettere la sua mano grande sopra quella piccola del bambino per guidare il joystick.
“Vedi? Non devi solo premere. Devi sentire il ritmo. Aspetta che il fantasma giri, e poi… ORA!”
In quei due minuti di partita a Pac-Man o Donkey Kong, le barriere generazionali crollano. Il padre sta trasmettendo un sapere segreto, una memoria muscolare che aveva dormito nelle sue mani per decenni. Il figlio, inizialmente scettico, alza lo sguardo verso il papà con una luce nuova negli occhi. Scopre che suo padre è stato un guerriero spaziale, un pilota, un eroe che conosceva trucchi per sopravvivere in mondi digitali spietati, dove non esistevano salvataggi o “continua” infiniti.

Non stanno solo giocando. Si stanno parlando in una lingua che non ha bisogno di parole. Il cabinato diventa il focolare moderno attorno al quale si tramanda la storia della famiglia.
Un foglio di carta (o di pixel) vale più di un record
Da quando Videogame Hunters è andato in onda, succede qualcosa che non avevo previsto. Alle fiere arrivano bambini che mi cercano tra la folla. Non mi cercano come si cerca un personaggio famoso a cui chiedere un selfie veloce. Mi cercano come si cerca un alleato.
Mi portano dei disegni. Spesso li tirano fuori dagli zaini un po’ stropicciati, o come è successo una volta, stampati col computer con una cura maniacale (“Aspetta!”, mi ha urlato un bambino, rovistando come un pazzo pur di trovarlo). Perché lo fanno? Perché in me vedono l’unico adulto che non gli dice “smetti di giocare”, ma gli chiede “a che livello sei arrivato?”. In quei disegni non c’è fanatismo per la persona che va in TV. C’è il riconoscimento che facciamo parte della stessa tribù. Quando quel bambino mi ha dato il suo disegno digitale, mi sono sciolto non per vanità, ma perché ho capito che mi stava affidando la cosa più preziosa che aveva: la sua immaginazione.

Ma l’emozione più pura, quella che ti fa tremare le gambe, l’ho provata davanti a un bambino di dieci anni in carrozzina. In un mondo dove i suoi coetanei chiedono l’ultima console ultra-realistica o il gioco del momento, lui aveva un solo desiderio. Voleva vedere Lui. Il Re. Voleva vedere il cabinet originale di Pac-Man.
Quando l’ho portato davanti alla macchina, non ha visto un mobile giallo e graffiato dal tempo. Ha visto un idolo. Conosceva le strategie, amava quel gioco uscito 35 anni prima che lui nascesse. In quel momento, i ruoli si sono invertiti. Di solito sono le persone che chiedono una foto a me. Ma lì, guardando quel bambino che sorrideva davanti al labirinto di Namco, sono stato io a chiedere alla madre: “Signora, per favore, possiamo fare una foto insieme?”.

Avevo bisogno di immortalare quell’istante. Perché vedere un bambino di dieci anni amare così visceralmente un gioco di 45 anni fa è la conferma definitiva: la vera bellezza non ha data di scadenza. E sapere che Arcade Story permette questo incontro… beh, vale più di qualsiasi gettone inserito.
Lezioni di Inglese
C’è un abisso culturale che a volte mi fa rabbia, ma che allo stesso tempo mi spinge a non mollare. In Italia, troppo spesso, il retrogaming viene ridotto a un gadget da cesto delle offerte: “Tieni, ecco una chiavetta HDMI con 10.000 giochi, attaccata alla TV e non disturbare”. Diecimila giochi. Li hai tutti, e non ne apprezzi nessuno. È un consumo “usa e getta”, privo di anima, dove Pac-Man vale quanto un file di testo.
Poi, però, incontro loro. E il mondo torna ad avere senso.
Ho delle fan speciali che vengono a trovarmi ogni anno all’Extracon di Pordenone. Sono due giovanissime sorelle, figlie di una famiglia inglese che ha scelto di vivere qui in Friuli. Loro sono la dimostrazione vivente di cosa significhi “cultura del videogioco” nel resto d’Europa. I loro genitori non le parcheggiano davanti a un emulatore scadente. No. Loro viaggiano. Le portano nelle vere sale giochi anni ’80 che ancora resistono fiere in giro per l’Europa – luoghi che in Italia, per burocrazia e miopia culturale, sono quasi impossibili da replicare se non grazie a realtà come la nostra.

Queste ragazzine non giocano “a un gioco qualunque”. Loro sanno esattamente cosa hanno davanti. Il loro rispetto per la materia è tale che sono diventate le mie “insegnanti” più severe. Mi mandano video dai loro viaggi, salutandomi circondate da cabinati originali, con sorrisi che illuminano la stanza. Ma quando ci vediamo dal vivo, o quando commentano i miei video, non mi perdonano nulla. Se sbaglio la pronuncia di un titolo in inglese – e ammetto, col mio accento veneto a volte capita – loro sono pronte a correggermi. Non lo fanno per pedanteria. Lo fanno perché per loro quel nome è sacro. Ghosts ‘n Goblins non si può storpiare. Dragon’s Lair deve suonare perfetto. È una forma di rispetto verso l’opera d’arte.

Aspetto l’Extracon di Pordenone tutto l’anno per quel momento preciso. Quando arrivano allo stand di Arcade Story, non c’è barriera linguistica o differenza di età che tenga. Corrono ad abbracciarmi come si abbraccia un vecchio zio, o forse un complice. In quell’abbraccio c’è tutto. C’è la gratitudine per aver portato un pezzo del loro mondo qui in Italia. C’è la condivisione di una passione che per la loro famiglia è una cosa seria, un rito, un collante.
Loro mi ricordano perché faccio quello che faccio. Combatto ogni giorno per mantenere vivi questi “pezzi di legno” perché non voglio che finiamo a essere un paese di chiavette USB. Voglio che siamo un paese dove i bambini possano ancora toccare la leggenda con le proprie mani, chiamandola col suo vero nome. Pronunciato bene, ovviamente. Altrimenti chi le sente, quelle due?
Conclusione
Alla fine, perché faccio tutto questo? Perché passo le notti a riparare circuiti e a caricare pesanti cassoni su un furgone per portarli in fiera?
Non lo faccio per la nostalgia fine a se stessa. La nostalgia è una trappola se ti tiene bloccato nel passato. Lo faccio perché credo fermamente che ci sia un valore insostituibile nel condividere un’esperienza fisica.
Viviamo in un’epoca in cui siamo iper-connessi ma spesso soli davanti ai nostri schermi personali. Il cabinato arcade è l’esatto opposto: è ingombrante, rumoroso e ti costringe a stare spalla a spalla con chi hai vicino. Ti costringe a essere presente.
Quindi, il mio messaggio per voi genitori, zii, o fratelli maggiori è semplice: non accontentatevi di scaricare una rom o di comprare quella chiavetta con diecimila giochi che non aprirete mai. Prendete i vostri figli, i vostri nipoti, e portateli davanti a un vero monitor a tubo catodico. Raccontate loro la vostra storia mentre giocate. Spiegategli che perdere fa parte del gioco e che la soddisfazione sta nel riprovarci insieme.
Perché un giorno, ve lo garantisco, non si ricorderanno del punteggio che hanno fatto. Ma si ricorderanno per sempre di averlo fatto con voi.
Vi aspetto davanti al prossimo “Game Over”.