Non giriamoci intorno: trovare un Granny and The Gators oggi è raro. Trovarne uno funzionante è praticamente impossibile. Ma trovarne uno ridotto come quello che è arrivato nel laboratorio di Arcade Story è roba da film dell’orrore.
Per chi non lo sapesse, questo titolo della Bally Midway (1984) è una bestia strana. Un ibrido. Non è solo un videogame e non è solo un flipper. È entrambi. Guidi la nonnina sul monitor per sfuggire a coccodrilli e indigeni, e il flipper “fisico” in basso si attiva solo quando entri nella zona “PIN”. A quel punto il monitor si ferma e comanda la meccanica.
Un sistema complesso. Bellissimo quando funziona. Un incubo quando ci mettono le mani il tempo, l’incuria e… i roditori.
Fase 1: Il Lavoro Sporco
Appena aperto il cabinato, non serviva un tecnico, serviva un disinfestatore. Il mobile era diventato un albergo a cinque stelle per i topi. Era pieno di escrementi. Una roba da voltastomaco. Qui entra in campo il coraggio di Andrea Genovese.
Dove molti sarebbero scappati, Andrea si è messo lì, armato di pazienza e prodotti industriali. Ha smontato tutto. Ha pulito cavo per cavo. Non ha dato una passata di straccio: ha sanificato e sterilizzato ogni centimetro di legno e plastica per renderlo giocabile in sicurezza. Ha trasformato quello che era essenzialmente un rischio biologico in un mobile splendente.
Fase 2: Il Frankenstein Elettronico
Pulito il “corpo”, restava il problema del “cervello”. E qui la situazione era tragica. Mancava la scheda originale di gestione del flipper. Sparita. Al suo posto, qualche “genio” del passato aveva incastrato la scheda di un Six Million Dollar Man, un flipper della Bally del 1978.
Capite la follia? Una scheda di sei anni prima, nata per una macchina diversa, forzata dentro un ibrido del 1984. Ovviamente, il gioco era morto.

Il Fattore Cervini
Qui entra in gioco Domenico Cervini.
Domenico non si è limitato a cercare il pezzo mancante (introvabile). Ha guardato quella scheda del Six Million Dollar Man e ha deciso di compiere il miracolo. Non è stata una riparazione, è stata una riprogrammazione totale. Ha dovuto riscrivere la logica da zero, adattando istruzioni vecchie di 40 anni per convincere quella scheda “aliena” a comportarsi come l’hardware originale del Granny and The Gators. Ingegneria inversa pura. Un lavoro di testa pazzesco.

I Numeri (per i collezionisti puri) Per capire quanto è raro questo pezzo, guardiamo i dati. Mentre Baby Pac-Man vendette circa 7.000 unità, si stima che di Granny and The Gators ne siano stati prodotti meno di 1.000 esemplari in tutto il mondo. Fu un flop commerciale: costava tanto (circa 3.000 dollari dell’epoca, una cifra folle per i noleggiatori) e si rompeva spesso. Oggi? Un esemplare in queste condizioni, perfettamente funzionante, è quotato sul mercato americano tra i 4.000 e i 5.000 dollari. Ma in Italia è praticamente un unicorno: trovarne uno è difficile, trovarne uno vivo è un evento.

Perché lo facciamo?
Oggi il gioco splende in sala. È pulito, sterilizzato e perfettamente funzionante. Vi racconto questo non per dirvi quanto siamo bravi, ma per farvi capire cos’è la vera preservazione. Salvare la storia dei videogiochi significa sporcarsi le mani (letteralmente, grazie Andrea!) e spremersi le meningi (grazie Domenico!) per salvare macchine che il destino voleva distruggere.
Venite a provarlo. La nonnina è tornata a remare, e i topi hanno dovuto trovarsi un’altra casa.