Cosa l’Italia ha perso nella storia degli Arcade
All’Università della Virginia c’è una ricercatrice di nome Alyssa Brown. Nata nel 1999, ventiquattro anni dopo l’uscita del gioco che avrebbe cambiato la sua vita accademica, ha trascorso quattro anni della sua esistenza a dare la caccia a un singolo cabinato: “Robot”, un titolo semisconosciuto prodotto dalla Allied Leisure nel 1975. Non cercava una ROM da scaricare o un video su YouTube; cercava la macchina fisica, il mobile originale, le schede logiche, il sudore dei progettisti. Una volta trovato e salvato il cabinato, non si è fermata: è andata a rintracciare Ron Halliburton, uno dei pionieri dell’azienda, per registrare la sua storia orale e documentare il suo lavoro prima che andasse perduto.
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Questa notizia, pubblicata nei giorni scorsi dall’ateneo americano, dovrebbe farci riflettere profondamente. Negli Stati Uniti l’approccio alla storia videoludica ha raggiunto una maturità che noi in Italia, purtroppo, non riusciamo nemmeno a concepire. Lì, i cabinati arcade originali degli anni ’70 e ’80 sono trattati per quello che sono: reperti storici, testimonianze di un’evoluzione tecnologica, sociale e culturale. Vengono studiati nelle università per comprendere le origini dell’intelligenza artificiale e l’interazione tra uomo e macchina, celebrando chi quelle macchine le ha ideate da zero.
E in Italia? In Italia abbiamo scelto una strada diametralmente opposta, un percorso che ha segnato una perdita culturale e industriale incalcolabile. Il problema non è stato solo trattare le macchine come vuoti a perdere, ma la totale mancanza di volontà nel promuovere e insistere sull’originale. Negli anni d’oro dell’intrattenimento da sala, invece di investire nell’innovazione, il nostro Paese ha costruito un intero mercato sotterraneo basato sulla pirateria.
Siamo stati la patria dei bootleg. Figure storiche di questo panorama, come tanti imprenditori che preferivano guadagnare facilmente piuttosto che investire, rappresentano esattamente la mentalità che ha dominato la nostra industria: copiare il lavoro altrui per un profitto facile e veloce, aggirando le licenze e inquinando il mercato con cloni.
Il dramma vero è che avevamo le competenze tecniche per fare la storia. Abbiamo sprecato il talento di ingegneri capaci, menti brillanti che avrebbero potuto creare giochi meravigliosi, opere originali in grado di competere a testa alta con i colossi americani e giapponesi. Invece di diventare leader mondiali nello sviluppo di hardware e software videoludico, abbiamo costretto quelle menti a fare ingegneria inversa, a decriptare protezioni e a saldare cloni. Abbiamo barattato un futuro da creatori per l’incasso immediato della contraffazione. Intere generazioni di potenziali capolavori italiani non hanno mai visto la luce, sacrificate sull’altare delle schede pirata.
Questa cultura della “copia a basso costo” ci ha avvelenato, ed è esattamente la radice del male che oggi sta dando il colpo di grazia alla cultura arcade: l’emulazione massiva.
Oggi, figli di quella stessa mentalità, si pensa di risolvere il problema della nostalgia piazzando dentro un mobile di truciolato dozzinale una scheda che emula cinquemila giochi. Il pubblico generalista applaude, convinto di avere in casa un pezzo di storia. È una bugia colossale, figlia della stessa ignoranza di quarant’anni fa. Avere cinquemila giochi su un menu a scorrimento non significa dare importanza al gioco; significa svalutarlo, renderlo rumore di fondo.
Quando togli un videogioco dal suo hardware originale e lo sbatti in un calderone digitale insieme a migliaia di altri titoli, ne uccidi l’anima. Il giocatore prova il titolo per trenta secondi, perde una vita e preme un tasto per passare al gioco successivo, senza mai comprenderne la difficoltà, la meccanica, l’essenza.
Le schede multigioco cancellano il lavoro dei tecnici che hanno saldato i componenti originali, annullano l’arte di chi ha disegnato le plance di comando specifiche, banalizzano i colori e le proporzioni originarie dello schermo catodico. Riducono un’esperienza sensoriale completa a un banale file eseguibile letto da un processore da pochi euro. È l’equivalente di prendere un capolavoro, farne una fotocopia in bianco e nero e spacciarla per l’originale pur di risparmiare spazio e fatica.

La preservazione vera è faticosa e non ammette scorciatoie. Richiede dedizione. Significa recuperare il legno marcio, restaurare i componenti elettronici originali, riparare piste interrotte su schede logiche che hanno decenni di vita. Significa rispettare la macchina esattamente per come è uscita dalla fabbrica, esaltando il lavoro ingegneristico di chi l’ha creata.
Se vogliamo davvero imparare qualcosa dalla ricercatrice della Virginia, dobbiamo smettere di essere compiacenti con noi stessi e guardare in faccia la realtà. L’Italia ha gettato al vento l’opportunità di avere una vera industria videoludica per inseguire il soldo facile dei cloni. Ora non possiamo più permetterci di perdere anche i pezzi originali superstiti, inghiottiti dalla banalità degli emulatori. Dobbiamo salvarli e trattarli con la sincerità e il rigore che meritano. Senza adesivi, senza cloni e senza compromessi.